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Contro la neutralità dell’ascolto

Come l’intonazione costruisce credibilità e potere

Alessandra Navazio
una storia scritta da
Alessandra Navazio
 
 
Contro la neutralità dell’ascolto

PITCH – Notes on Vocal Intonation di giulia deval è un’indagine sulle politiche della voce. A partire da studi etologici, fonetici e sociologici, il lavoro mostra come il pitch vocale agisca come un dispositivo di classificazione sociale, orientando giudizi di credibilità e autorevolezza prima ancora delle parole. La conferenza performativa e video-saggio sono ora in mostra ad Art City Bologna.

Dal 5 all’8 febbraio 2026, negli spazi dell’ex Istituto di Zoologia di Bologna, PITCH – Notes on Vocal Intonation prende forma come conferenza performativa e come video-saggio, all’interno del programma di Art City. Il progetto dell’artista giulia deval, che nasce da una domanda molto semplice, ossia “Perché odiamo le voci acute?”, si colloca in uno spazio ibrido, dove la ricerca artistica incontra la divulgazione critica e finisce con il lasciare che lo spettatore stesso si chieda: “Perché una voce può apparire autorevole o inaffidabile, prima ancora di dire qualcosa?” o ancora “Cosa ascoltiamo, davvero, quando sentiamo una voce?”.

giulia deval

giulia deval è un’artista multimediale, vocalist e dottoranda che si occupa dei temi legati alla politica della voce attraverso opere sonore, audiovisive e progetti partecipativi. Vincitrice della settima edizione del Premio Lydia della Fondazione Il Lazzaretto e PAC Milano, a cura di Claudia D’Alonzo.

La conferenza performativa, ispirata da artisti come Erik Bünger1, è nata qualche anno fa nel contesto di NUB Project Space a Pistoia ed è stata pensata per il festival Periferico di Modena che nel 2023 ha avuto il focus sulla voce. Il lavoro si è poi evoluto in video saggio in quanto vincitore del Premio Lydia, erogato dalla Fondazione Il Lazzaretto in partnership con il PAC di Milano e curato dalla ricercatrice Claudia D’Alonzo. Parallelamente, è nato anche il workshop REASONS WHY I HATE MY VOICE, incentrato sui giudizi negativi che solitamente si esprimono riascoltando la propria voce registrata.

«In un certo senso PITCH è una formalizzazione teorica, per quanto giocosa, di qualcosa con cui si è sempre in contatto lavorando con la voce»; racconta deval, «e che ha a che vedere con la propria singolarità e con la relazione con l’altro».

Chi ha diritto di suonare autorevole?

Il pitch, ossia il tono, indica l’altezza percepita di un suono ed è uno dei parametri fondamentali della voce umana. In breve, è ciò che ci fa riconoscere una voce come più acuta o più grave. Pur essendo legato alla fisiologia dell’apparato fonatorio, il pitch varia costantemente in base al contesto, all’intenzione comunicativa e alla relazione con l’interlocutore.

«A livello personale», racconta deval per spiegare la genesi del progetto, «mi ero resa conto di abbassare involontariamente il pitch in tutte le situazioni che mi richiedevano maggiore “credibilità”, come esami universitari o colloqui di lavoro. Parlandone in particolare con amiche, ma non solo, ho constatato che questo meccanismo era condiviso e che l’intonazione era usata da noi più o meno consapevolmente come strumento di difesa o adeguamento a contesti dove un range vocale mediamente acuto di avrebbe fatto sentire svantaggiate». Un sentire che trova riscontro in molte ricerche recenti, anche su campioni ampi e transnazionali, come quella condotta dall’antropologo e psicologo evoluzionista della Pennsylvania State University, David Puts. Una ricerca cross-culturale2 condotta su 2.647 adulti in 44 località distribuite in 22 società tra Asia, Europa, Africa e Americhe, che ha analizzato l’effetto dell’intonazione. Manipolando digitalmente il pitch di registrazioni vocali e osservando come variassero le percezioni degli ascoltatori, lo studio ha mostrato che un tono di voce maschile più grave aumenta la percezione di prestigio, forza e capacità di competizione, soprattutto in contesti caratterizzati da elevata mobilità relazionale e maggiori tassi di violenza. O, ancora, una serie di studi pubblicati tra il 2023 e il 20253 nell’ambito della psicologia del lavoro e della leadership ha evidenziato come, per le donne, un pitch più basso tenda a incrementare le valutazioni di competenza e “assumibilità” (in inglese: hirability) in contesti professionali e di selezione, mentre un pitch più acuto venga più facilmente associato a tratti come emotività o civetteria.

«Sentivo l’esigenza di comunicare» continua deval, «in modo semplice e poco “misterioso”, credo anzi un po’ didattico, qualcosa che per me aveva la dignità di essere messo sul piatto e condiviso».

«Da qui è nato PITCH, una divagazione ironica che connette fonti etologiche, fonetiche e storiche sull’utilizzo che le diverse specie (compreso l’essere umano) fanno dei toni acuti e dei toni gravi all’interno delle loro comunicazioni».

Questione di significati

Uno degli snodi teorici di PITCH è la teoria del Frequency Code, elaborata dal fonetista John Ohala4, che ha indagato a lungo il ruolo dell’intonazione nella comunicazione umana. A partire da studi comparativi, Ohala ha osservato come esista una tendenza percettiva condivisa ad associare i toni acuti all’idea di vocalizzatori dai corpi piccoli e i toni gravi a quella di vocalizzatori dai corpi grandi: un meccanismo che affonda le sue radici nell’etologia e che lo stesso Ohala riprende dagli studi dello zoologo Eugene S. Morton5, dedicati alla funzione dell’intonazione nelle dinamiche di conflitto e comunicazione tra diverse specie animali. Morton ha mostrato come molti animali modificano strategicamente il proprio verso per apparire più grandi o più piccoli di quanto non siano, a seconda della situazione.

È proprio questo passaggio — dalla fisiologia alla strategia — ad aver colpito giulia deval. «Di Ohala mi ha affascinato la teoria del Frequency Code», racconta, e PITCH prende avvio da questa indagine già “saldata”. Non si tratta tanto di biologia in senso stretto, quanto dell’uso che facciamo dei toni, delle possibilità di modulazione e di mimetismo che ogni voce possiede. Anche se ciascun corpo ha un proprio range di comodità, determinato dall’apparato fonatorio, la voce resta un campo estremamente plastico. «Quante voci può avere o fare ogni parlante?», si chiede deval, invitando a pensare alle inflessioni che emergono quando si parla a un neonato, o alle imitazioni che attraversano il parlare quotidiano. Da qui l’attenzione della conferenza-performance per il modo in cui diverse specie — umane e non — “giocano” con il pitch, interrogandosi sugli scopi impliciti di queste variazioni: intimidire, sedurre, rassicurare, ingannare.

Courtesy, MAMbo Museo d’Arte Moderna di Bologna, Settore Musei Civici. Foto di Ornella De Carlo. Tutti i diritti riservati. Riprodotte con il consenso dell’autrice.

Lo stesso Ohala riporta in un suo articolo un esperimento6 che è stato condotto nel ‘79 sulle “attribuzioni personali” e che deval racconta, in cui molte persone hanno giudicato le voci più acute come meno autorevoli. «Penso che questo, oggi, sia da mettere in relazione soprattutto con le consuetudini portate avanti dai media e dalle regole imposte alle voci registrate a cui siamo abituati” racconta deval che, non a caso, nel workshop REASONS WHY I HATE MY VOICE rende questi meccanismi immediatamente visibili.
«Il primo esercizio consiste nel chiudere gli occhi e immaginare un perfetto voice-over per un documentario a carattere scientifico. Le voci immaginate dai partecipanti vanno abbastanza uniformemente nella direzione di una voce grave, con una dizione perfetta e spesso di una persona avanti con l’età. Le regole e i gusti che possiamo rintracciare negli audiovisivi sono molto interessanti per esplorare la relazione tra identità ed il “è legittimo sapere” e, più in generale, gli immaginari sonori. Lo fanno, con grande perizia, Annalisa Pellino7 e Domenico Napolitano8, i cui testi sono di grande riferimento per me».

Voci fuori controllo, voci mostruose

«Le donne greche del periodo arcaico e classico non erano incoraggiate a lanciare grida incontrollate di alcun tipo all’interno dello spazio civico della polis [città] o a portata d’orecchio degli uomini». E ancora: «È in larga parte in base ai suoni che le persone emettono che giudichiamo chi è sano o folle, maschio o femmina, buono o cattivo, degno di fiducia, depresso, adatto al matrimonio, moribondo, più o meno animale, ispirato da Dio. Questi giudizi avvengono in fretta e possono essere brutali». Questa volta non è deval ma Anne Carson ne Il genere del suono9: la lista è volutamente eccessiva e descrive bene quanto un ascolto differenziale sia in grado di collocare i corpi in una gerarchia prima che possano “parlare” davvero.PITCH di giulia deval trova una delle sue fenditure più incisive proprio in questo saggio della poetessa e saggista canadese di poco meno di una cinquantina di pagine, perché si chiede quale sia stata la storia che ha reso possibile la gerarchia. «Lì per me c’è il cuore di tutto», dice deval «Carson da un lato ripercorre la costruzione della voce del retore: disciplinata verso il basso per esprimere autocontrollo e dall’altro parla delle leggi di Solone che hanno vietato le vocalizzazioni acute nello spazio pubblico».

«Ricordiamoci che gli acuti si palesano in tutte le situazioni fuori controllo come il riso, il piacere e il dolore e che, ovviamente, le figure del mitologiche legate a questo mindset sono mostri con voce acuta-animalesca e incontinenti verbali».

Per i Greci e i Romani, le voci femminili sgradevoli erano facilmente esemplificate da una vasta gamma di figure mitiche irascibili: dalla Gorgone, nota per i suoi ululati gutturali, alle urla delle Furie, ai toni fatalmente seducenti delle Sirene, ai balbettii di Cassandra, all’incontinenza verbale di Eco. Non è irrilevante che siano creature femminili, ibride, “animalesche”: la loro voce seduce, disturba, ripete o interrompe. Il mito, in questa prospettiva, diventa un archivio di norme acustiche travestite da racconto e la sfera pubblica, nella genealogia che Carson ricompone e che deval rilancia, è costruita anche come un dispositivo di sottrazione del corpo. Non si espellono soltanto certe voci: si espellono le condizioni corporee che le producono.

«Mi piacerebbe che questa riflessione» racconta deval «che vuole mantenersi aperta e che continua a nutrirsi anche grazie al workshop REASONS WHY I HATE MY VOICE, generi un senso di liberazione e la curiosità di sperimentare con le molte possibilità, che spesso ignoriamo o censuriamo della nostra espressione vocale».

«”Sciacquare le orecchie” dalle consuetudini a cui siamo abituati è un processo lungo che non si dà tutto in una volta, occorre praticare e sperimentare insieme».

Non basta “prendere la parola” se il suono con cui la si prende viene già letto come indebito. E non basta rivendicare visibilità se l’udibilità resta regolata da parametri invisibili. PITCH suggerisce che le politiche della voce non coincidono con il diritto di parlare, ma con il diritto di essere ascoltati senza che la credibilità venga assegnata in base a un pitch.

 

  1. Per scoprire di più su Erik Bünger: https://www.erikbunger.com/ ↩︎
  2. Un pitch maschile più grave aumenta la percezione della capacità di combattimento e del prestigio sociale, soprattutto in società caratterizzate da maggiore mobilità relazionale e da tassi più elevati di omicidio — contesti in cui riconoscere rapidamente competitori formidabili e individui di alto status può risultare cruciale. Lo stesso abbassamento del pitch incrementa anche la percezione dell’attrattività maschile da parte delle donne. Aung, T., Hill, A. K., Hlay, J. K., Hess, C., Hess, M., Johnson, J., Doll, L., Carlson, S. M., Magdinec, C., G-Santoyo, I., Walker, R. S., Bailey, D., Arnocky, S., Kamble, S., Vardy, T., Kyritsis, T., Atkinson, Q., Jones, B., Burns, J., . . . Puts, D. (2024). Effects of voice pitch on social perceptions vary with relational mobility and homicide rate. Psychological Science, 35(3), 250–262. https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/09567976231222288 ↩︎
  3. Per approfondire: Wilms, R., Oostrom, J. K., & Van Garderen, E. (2025). The effects of the charisma signal and voice pitch in female leader selection. The Leadership Quarterly, 36(3), 101857. https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1048984324000869 ↩︎
  4. Per conoscere meglio la teoria del Frequency Code: Ohala, J. J. (1995). The frequency code underlies the sound-symbolic use of voice pitch. In Cambridge University Press eBooks (pp. 325–347). https://www.cambridge.org/core/books/abs/sound-symbolism/frequency-code-underlies-the-soundsymbolic-use-of-voice-pitch/1D05AB5A9266731D6C66FA7BD6F4058C ↩︎
  5. Gli studi citati: Morton, E. S. (2017, April 1). Animal vocal communication. Cambridge Core. https://www.cambridge.org/core/books/abs/animal-vocal-communication/animal-vocal-communication/165DEEA338ACFEC55E14757D42874547 ↩︎
  6. Apple, W., Streeter, L. A., & Krauss, R. M. (1979). Effects of pitch and speech rate on personal attributions. Journal of Personality and Social Psychology, 37, 715–727 ↩︎
  7. Per approfondire: Pellino, A. (2023). La voce in transizione. Cinema arte contemporanea e cultura fonovisuale. https://www.mimesisedizioni.it/libro/9791222303680 ↩︎
  8. Riguardo Domenico Napolitano: https://www.ssmeridionale.it/domenico-napolitano/ ↩︎
  9. Carson, A. (2025). The gender of sound. ↩︎

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