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Intervista

La sostenibilità come pratica di responsabilità

La storia di Nicole Ticchi

Federica La Russa
una storia scritta da
Federica La Russa
 
 
La sostenibilità come pratica di responsabilità

Questo articolo è la trascrizione dell’episodio Sustainability and Research with Nicole Ticchi dalla serie “The EDUS Podcast”. Testo adattato per la versione scritta. Ascolta l’episodio completo

Nella cornice del progetto europeo EDUS,  Nicole Ticchi riflette sull’intersezione tra salute, ricerca e responsabilità a lungo termine, esplorando come il progresso scientifico possa evolvere in una pratica più consapevole e integrata.

La sostenibilità è spesso ridotta a indicatori ambientali, quadri normativi o dati climatici. Ma se fosse, prima di tutto, una questione di responsabilità? Di comprendere come le scelte di oggi plasmino le realtà di domani?

Nicole Ticchi lavora all’intersezione tra sostenibilità, salute e ricerca. Con una formazione in chimica farmaceutica e un’esperienza che spazia dal lavoro in laboratorio alla comunicazione scientifica e agli ecosistemi dell’innovazione, esplora come il progresso scientifico possa allinearsi con la responsabilità ambientale e l’inclusione sociale.

In questa conversazione, nata nella cornice del progetto europeo EDUS, discutiamo di come la sostenibilità vada oltre le questioni ambientali, del perché salute e ricerca non possano essere separate dai sistemi ecologici e di cosa significhi costruire un percorso professionale fondato su una visione di lungo periodo.

EDUS – Educare alla sostenibilità

Partendo dall’Agenda 2030 e dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs), il progetto promuove una visione ampia della sostenibilità — ambientale, sociale, economica e tecnologica — e adotta un approccio basato sul problem-based learning per rafforzare le competenze di insegnanti, formatori, formatrici e studenti. Il progetto prevede la realizzazione di un Competence Framework, programmi di formazione, toolkit didattici e contenuti multimediali come podcast e video. È sviluppato da un partenariato internazionale composto da Sineglossa (Italia), Aalborg University (Danimarca), IC Geoss (Slovenia), Cybervolunteers Foundation (Spagna) ed Einurð (Islanda) e co-finanziato dall’Unione Europea attraverso il programma Erasmus+ (2024–2026).

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Ti descrivi come una professionista che opera all’intersezione tra sostenibilità, salute e ricerca. Come ha preso forma questo percorso?

Sono una specialista della cultura scientifica con una formazione in chimica farmaceutica ed esperienza nella comunicazione della scienza, negli ecosistemi dell’innovazione e nell’educazione. Nel corso degli anni ho lavorato sia in contesti di laboratorio sia in ambienti di supporto alla ricerca. Collaboro con istituzioni di ricerca, cluster di innovazione e progetti europei, concentrandomi su come la conoscenza viene prodotta, comunicata e tradotta in impatto concreto. Il mio lavoro oggi si concentra sull’esplorare come il progresso scientifico possa essere allineato alla responsabilità ambientale e all’inclusione sociale.

La sostenibilità è spesso discussa in termini tecnici o politici, ma il suo significato diventa più chiaro quando ci avviciniamo all’esperienza quotidiana. Se dovessi spiegare cosa significa sostenibilità a una persona molto giovane, come la descriveresti?

Inizierei dicendo che la sostenibilità riguarda le scelte e la comprensione delle conseguenze delle scelte che facciamo. Significa riconoscere che ciò che facciamo oggi determina ciò che vivremo tra vent’anni. Ciò che consumiamo, ciò che studiamo, ciò che creiamo e costruiamo, e ciò che scegliamo di considerare o ignorare, tutto contribuisce a plasmare il futuro.
Per spiegare la sostenibilità a una persona giovane, non partirei da dati o politiche. Partirei dalla capacità di agire, dalla consapevolezza che ogni persona ha la possibilità di intervenire.

La sostenibilità chiede: se continuiamo ad agire come stiamo facendo ora, che tipo di mondo esisterà tra vent’anni? E voglio vivere in quel mondo?

Richiede anche la comprensione del fatto che tutto è interconnesso. Il sistema è complesso e imperfetto, ma abbiamo comunque la possibilità di compiere piccole azioni significative nella nostra vita quotidiana.

Nicole Ticchi, chimica Farmaceutica di formazione, si è dedicata per anni alla ricerca industriale presso l’Università di Bologna, coltivando la passione per la divulgazione scientifica. Ha conseguito un Master in Giornalismo e Comunicazione della scienza e in Gender Equality e Diversity Management e oggi, da libera professionista, cura la comunicazione scientifica istituzionale di enti di ricerca e associazioni e si dedica alla progettazione di attività di divulgazione per ragazzi e adulti. Nel 2017 ha intrapreso il progetto “She is a scientist”, grazie al quale studia e comunica la percezione delle donne nella scienza per sensibilizzare le attuali e le nuove generazioni ad una maggiore equità e pari opportunità nel settore scientifico e nella ricerca.

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Guardando indietro, sembra che l’ampliamento della sostenibilità oltre le metriche ambientali non sia avvenuto all’improvviso per te. In quale momento hai capito che la sostenibilità non riguardava solo l’ambiente, ma anche le dimensioni sociali e culturali? È stato un momento preciso o un cambiamento graduale?

È stato un processo graduale. Lavoravo in ambienti di ricerca e innovazione, sia dal punto di vista tecnico sia organizzativo. Continuavo a notare che, sebbene le questioni ambientali venissero affrontate, non erano le uniche a richiedere attenzione. Molti laboratori erano dotati di tecnologie avanzate, ma mancava una riflessione altrettanto avanzata in termini di inclusione e accesso. Le strategie di sostenibilità erano spesso solide dal punto di vista tecnico, ma scollegate dal contesto sociale. Circa tre anni fa ho frequentato un master in diversity e inclusion management. Nel settore sanitario ho visto chiaramente come le lacune nella rappresentanza e nei diritti sociali influenzassero gli esiti. È stato un punto di svolta per me.


Ho capito che la sostenibilità riguarda, in ultima analisi, il modo in cui organizziamo le nostre priorità come società. È strettamente legata al funzionamento dei sistemi, alla formazione delle abitudini e al modo in cui operano gli incentivi.

Se la cultura non cambia, anche le misure ambientali tecnicamente solide restano superficiali e difficili da implementare in modo efficace.

Quando parliamo di salute e ricerca, la sostenibilità non viene sempre inclusa immediatamente nello stesso quadro. Perché vedi queste tre aree come profondamente interconnesse?

Le condizioni ambientali influenzano direttamente la salute umana — attraverso la qualità dell’aria, l’inquinamento dell’acqua, i sistemi alimentari e il cambiamento climatico. Esistono anche effetti indiretti, come le disuguaglianze e l’accesso alle cure. La ricerca svolge un ruolo centrale perché produce nuova conoscenza, trattamenti e tecnologie. Allo stesso tempo, la ricerca consuma risorse e orienta le priorità, influenzando ciò che scegliamo di studiare e ciò che trascuriamo. Per me, salute, sostenibilità e ricerca formano un triangolo.

La salute fornisce l’urgenza etica di agire. La ricerca fornisce strumenti e tecnologie per l’innovazione. La sostenibilità garantisce che ciò che costruiamo non generi ulteriori problemi mentre cerchiamo di risolverne altri. L’obiettivo è preservare un circolo virtuoso, evitando che diventi un circolo negativo.

Riconoscere la rilevanza di un tema non significa automaticamente renderlo centrale nel proprio lavoro. C’è stato un momento in cui sostenibilità, salute e ricerca sono diventate centrali nel tuo percorso professionale?

Non c’è stato un unico momento “eureka”. Lavoravo in un ecosistema dell’innovazione, ma la mia mente tornava spesso alla mia precedente esperienza in laboratorio, dove ero coinvolta nello sviluppo di farmaci. Ho iniziato a interrogarmi sull’impatto più ampio di quelle attività.

Lavoravamo per migliorare la salute, ma non stavamo affrontando l’impatto ambientale e sociale di ciò che facevamo.

Qualcosa sembrava incompleto. Ho iniziato a esplorare la letteratura scientifica e libri sull’impatto ambientale della salute e ho capito che esisteva una connessione forte. Ho anche iniziato a discutere questi temi con altri ricercatori e decisori politici, notando un grande interesse — e persino sollievo — nel poterli affrontare apertamente.

È stato allora che ho capito che non si trattava semplicemente di un interesse secondario. Evidenziava una lacuna strutturale che doveva essere colmata. Mentre alcuni di questi aspetti sono già considerati nell’industria privata, nei contesti accademici non erano una priorità. Introdurre questa prospettiva lì sembrava necessario.

Trasformare la consapevolezza in azione spesso inizia restringendo il focus e individuando punti di ingresso pratici. Come si passa da un interesse personale per la sostenibilità alla costruzione di progetti concreti di comunicazione o divulgazione?

È importante partire da qualcosa di specifico e gestibile. Se si dice: “Mi interessa la sostenibilità in generale”, diventa difficile individuare azioni concrete. Nel mio caso, sono partita dalle attività di laboratorio e mi sono chiesta, insieme ai colleghi, cosa potesse essere realisticamente migliorato in una settimana, in un mese o in due anni. È inoltre fondamentale creare spazio all’interno delle proprie attività quotidiane e costruire alleanze con colleghi e altri stakeholder rilevanti. La collaborazione amplifica l’impatto di ciò che si fa. Si parte da qualcosa di specifico, si costruiscono alleanze e si esplorano gradualmente approcci più ampi per migliorare i progetti in modo sostenibile.

Incoraggiare le giovani generazioni a impegnarsi nella sostenibilità spesso significa collegare il tema alle loro conoscenze e alla loro esperienza quotidiana. Se avessi una stanza piena di giovani studenti, come li incoraggeresti ad affrontare questi temi?

Suggerirei di partire da ciò che conoscono bene. Se stessero studiando una disciplina specifica, dovrebbero iniziare da lì. Partire da un ambito familiare consente di agire con competenza e sicurezza. Possono individuare una questione concreta nelle loro attività accademiche quotidiane ed esplorare modi sostenibili per affrontarla — non solo nel breve termine, ma anche nel lungo periodo. È utile confrontarsi con professori, compagni di corso e professionisti che incontrano regolarmente, e creare qualcosa di piccolo ma significativo nel proprio contesto specifico.

Sebbene la sostenibilità richieda certamente competenze tecniche, costruire un percorso significativo in questo ambito implica più della sola expertise. Se qualcuno desidera costruire una carriera nella sostenibilità, quali competenze sono davvero essenziali?

Le competenze tecniche sono importanti, ma non sufficienti.

Per orientarsi in ecosistemi complessi e contribuire a un cambiamento significativo, è necessario sviluppare una consapevolezza culturale più ampia e competenze trasversali.

Una capacità chiave è quella di vedere le connessioni tra problemi che a prima vista possono sembrare non correlati. La comunicazione è altrettanto importante: permette di condividere chiaramente la propria prospettiva ed essere riconosciuti come interlocutori credibili. Il ragionamento etico è particolarmente rilevante, soprattutto in ambiti come la salute, dove le decisioni comportano spesso compromessi. Saperli gestire in modo responsabile è essenziale. Infine, flessibilità e adattabilità sono cruciali. Gli ecosistemi dell’innovazione evolvono rapidamente, quindi è importante non solo essere aggiornati tecnicamente, ma anche comprendere cosa sia rilevante in un determinato contesto e continuare ad apprendere.

Il passaggio dal parlare di sostenibilità all’integrarla nelle routine quotidiane dipende spesso da come la questione viene presentata. Cosa accade quando le persone passano dal parlare di sostenibilità all’agire concretamente?

Si verifica un cambiamento significativo quando l’attenzione si sposta dal senso di colpa ai benefici tangibili. Quando ho tenuto seminari con ricercatori sull’impatto ambientale nei contesti di laboratorio, inizialmente c’era resistenza. Molti percepivano la sostenibilità come un’ulteriore responsabilità da aggiungere a un carico di lavoro già impegnativo.

Quando abbiamo iniziato a discutere benefici concreti — come la condivisione dei materiali, il miglioramento dell’efficienza e i potenziali vantaggi economici — la prospettiva è cambiata.

La discussione è passata dalla sostenibilità globale astratta a miglioramenti pratici nel lavoro quotidiano. Invece di percepirla come un peso aggiuntivo, i ricercatori hanno iniziato a considerarla qualcosa di fattibile e rilevante per le loro attività di routine.

Poiché le crisi sanitarie si intrecciano sempre più con il degrado ambientale, emerge la necessità di approcci più integrati. Che tipo di futuro immagini per la relazione tra salute, ambiente ed educazione?

Stiamo vivendo un momento complesso. Molte sfide sanitarie sono strettamente legate al degrado ambientale e all’inquinamento. Questo potrebbe spingere le istituzioni a integrare metriche e indicatori ambientali nelle politiche sanitarie — qualcosa che non è ancora pienamente attuato.

L’educazione svolgerà un ruolo centrale nel creare nuove connessioni tra questi ambiti.

Idealmente, tra dieci anni la sostenibilità in ambito sanitario non sarà considerata un approccio separato o nuovo. Sarà invece integrata nel modo in cui definiamo qualità della vita, responsabilità e innovazione. La sfida principale sarà la consapevolezza e il modo in cui sapremo utilizzarla in modo coerente, allineandola ai valori sociali, alle priorità di finanziamento e alla pratica quotidiana.

 

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