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AI War Cloud Database

Una ricerca artistica sulle tecnologie del quotidiano

Alessandra Navazio
una storia scritta da
Alessandra Navazio
 
 
AI War Cloud Database

Come l’arte può rendere tangibili connessioni complesse e attivare una responsabilità condivisa sull’uso della tecnologia? Attraverso AI War Cloud Database, progetto di ricerca artistica e installazione interattiva, Sarah Ciston rende visibili le connessioni tra tecnologie digitali quotidiane, Intelligenza Artificiale e apparati militari contemporanei.

«Più di 3 miliardi di persone in oltre 180 Paesi usano WhatsApp per rimanere in contatto con amici e familiari, sempre e ovunque si trovino» si legge nel sito dell’app dal verde brillante, fondata nel 2009 da Jan Koum e Brian Acton, in California. Un’infrastruttura digitale familiare e apparentemente neutra, i cui dati sono stati utilizzati per addestrare sistemi di decision-making impiegati in operazioni militari, fino alla selezione e all’uccisione di persone nella Striscia di Gaza. E quello di WhatsApp non è il solo esempio di tecnologie digitali che partecipano attivamente alla violenza contemporanea e hanno una connessione con le strutture militari.

Il cortocircuito che si crea tra l’intimo e il geopolitico e che avvicina le nostre relazioni e piccoli grandi fatti quotidiani alle strutture e logiche militari – la definizione di obiettivi militari, ad esempio, o l’integrazione di sistemi algoritmici nella sorveglianza – è alla base di AI War Cloud Database, un progetto di ricerca artistica e installazione interattiva presentato a Bologna, nella sala dell’architettura militare del Museo di Palazzo Poggi, lo scorso novembre 2025 dall’artista americana Sarah Ciston, nell’ambito della mostra Prompting The Real.

«Volevo raccogliere in un unico strumento le connessioni tra sfere considerate distanti ma effettivamente intrecciate, per chiedermi e chiedere che responsabilità ho e abbiamo nell’uso di determinati strumenti» racconta.

L’opera, non a caso, si presenta come una grande mappa dinamica: una rete che unisce aziende tecnologiche, governi, sistemi di Intelligenza Artificiale, applicazioni commerciali e strumenti militari. Una configurazione che è, in realtà, una domanda politica aperta, senza risposte rassicuranti e che costringe, piuttosto, chi ci entra in contatto a osservare ciò che normalmente rimane invisibile.

Sarah Ciston è artista-ricercatorə che sviluppa strumenti per portare approcci intersezionali e critico-creativi al machine learning. Il progetto AI War Cloud Database ha vinto lo S+T+ARTS Grand Prize 2025 di Ars Electronica. Ha ricevuto borse di ricerca presso l’Akademie der Künste di Berlino, il Center for Advanced Internet Studies e l’Humboldt Institute for Internet and Society. Ha scritto “A Critical Field Guide for Working with Machine Learning Datasets” ed è tra gli autori di “Inventing ELIZA: How the First Chatbot Shaped the Future of AI (MIT Press, 2026)”.

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Rendere visibile l’invisibile

L’origine del progetto «è stata una combinazione di momenti e di connessioni. Da un lato vedevo l’AI usata sempre di più in contesti militari, dall’altro c’era un enorme hype intorno all’AI nell’arte e nel commercio e questi due aspetti non si sovrapponevano quasi mai nelle conversazioni che avevo intorno a me», racconta Ciston. Le tecnologie che suggeriscono un film su una piattaforma di streaming e quelle che identificano un “bersaglio” condividono spesso gli stessi principi tecnici: machine learning supervisionato, reti neurali, classificazione e predizione. In alcuni casi, condividono anche dataset, infrastrutture cloud e aziende sviluppatrici. I conflitti contemporanei, dall’Ucraina a Gaza, sono diventati spazi privilegiati per lo sviluppo e il testing di sistemi di Intelligenza Artificiale sia per gli stati coinvolti che per le grandi aziende tecnologiche, che vedono l’opportunità di sperimentazione su larga scala.

In questa cornice, «scoprire che i dati di WhatsApp sono stati utilizzati per addestrare sistemi di targeting è stato uno dei momenti più forti che mi ha spinta a continuare il progetto» racconta Ciston, perché «è qualcosa che uso anch’io ed è stato improvvisamente molto vicino».

Per costruire AI War Cloud Database, l’artista ha messo in campo un lavoro meticoloso di raccolta, verifica e messa in relazione di materiali già pubblicamente disponibili. La sfida, infatti, è stata mettere a sistema la frammentazione di informazioni, confrontandosi con il lavoro di altri ricercatori, giornalisti investigativi indipendenti, piattaforme come Tech Inquiry1 o no-profit come Airwars2. Accanto a queste fonti, ci sono poi state le inchieste di testate più mainstream e l’approfondimento di una vasta letteratura accademica, in modo da incrociare prospettive diverse ed evitare letture parziali o sbilanciate. «Ho cercato di guardare a una varietà di fonti e punti di vista per costruire un dataset più accurato», racconta. Un ruolo centrale nella ricerca è stato giocato anche dai materiali prodotti direttamente dalle aziende e dalle istituzioni governative. «Nei siti corporate, andando a vedere quello che le aziende dicono di se stesse, si può scoprire molto, così come dai bandi pubblici o dai contratti governativi, che aiutano a capire cosa i governi dichiarano di usare, chi, quanto e quando stanno pagando».

La scelta metodologica di utilizzare dati già pubblici ha poi un valore profondamente politico perché mostra, da un lato, quanto le infrastrutture della guerra tecnologica siano normalizzate e legalmente trasparenti; dall’altro, rivendica la possibilità di democratizzare l’accesso al sapere, riunendo in unico database, «leggibile anche in un foglio di calcolo per abbassare la barriera d’accesso» spiega Ciston, la mappatura che è e rimarrà open source, come invito alla collaborazione e alla consapevolezza.

Quando la ricerca diventa arte

AI War Cloud Database potrebbe essere considerato un’inchiesta giornalistica o un prodotto di disseminazione ben riuscito di una pubblicazione accademica quando, in realtà, è una presa di posizione epistemologica ben precisa: il pensiero artistico come guida del processo di raccolta e produzione della conoscenza. Un pensiero in cui diventa possibile sperimentare con i materiali e con le idee in modo non riducibile alla dimostrazione o all’argomentazione lineare, e che accetta che nel reale ci siano strutture che non diventano comprensibili soltanto per via discorsiva o attraverso il dato nudo, ma che richiedono una forma, un ambiente, una temporalità di fruizione e un coinvolgimento del corpo. Ciston lo ribadisce: «Il mio lavoro può essere inquadrato come una artistic research in cui si combinano lavoro critico e opera. Là dove il giornalismo tende a operare per rivelazione e attribuzione (“chi ha fatto cosa e quando”), l’arte può chiedersi “che cosa significa per me”. L’arte consente una forma di sperimentazione diversa, che nasce da una dimensione incarnata, lavora con i materiali in modo differente e apre a un’altra possibilità di immaginazione: quella di modellare il mondo non solo così com’è, ma anche così come potremmo desiderarlo o percepirlo. Una volta che questi modelli esistono, sia che servano a immaginare come il mondo potrebbe essere, sia che servano a rendere visibile ciò che prima non lo era, diventa possibile testarli, approfondirli e persino riportarli in altri ambiti. Per questo penso che oggi esista un’opportunità – e forse anche un’urgenza – per l’arte di spingersi oltre i propri confini abituali».

Foto scattate da Eleonora Rossi al Museo di Palazzo Poggi di Bologna durante la mostra “Prompting the Real” tra il 14 e il 15 novembre 2025. Tutti i diritti riservati. Riprodotte con il consenso dell’autore.

Nel modello di AI War Cloud Database il pubblico può afferrare il force-directed graph (il grafo “a groviglio” che si riassesta dinamicamente), spostare nodi e far emergere nuovi accostamenti tra applicazioni, stati, istituzioni, aziende. In questo modo la possibilità di “muovere” la mappa produce un’inversione in cui non è più soltanto la tecnologia a orientare i nostri gesti, inconsapevolmente, ma siamo noi, consapevolmente, almeno per un momento, a intervenire nella forma visibile delle connessioni.

Durante i giorni della mostra, l’artista racconta di aver notato che molte persone comprendevano intuitivamente l’operazione messa in campo in AI War Cloud: iniziavano a fare connessioni proprie e a cercare nodi che toccassero la loro vita. «È stato bello poter parlare direttamente con il pubblico. Quando ho presentato l’opera, ho avuto modo di confrontarmi e sono stata felice di scoprire che l’opera fosse bella e leggibile per persone di età diverse e di posti diversi. Mi è capitato, anche, che alcune mi chiedessero direttamente: “Quindi quali app dovrei usare al posto di queste? Ma quali strumenti consigli?”. E questo, per me, è stato fantastico. Segretamente speravo che le persone iniziassero a porsi domande, senza che dovessi essere io a suggerirle».

Quale domanda per quale futuro?

Se c’è una cosa che Sarah Ciston rifiuta con coerenza è la promessa di una “soluzione” fornita dall’interazione con l’installazione. In questo rifiuto, l’artista riconosce un’ambiguità intrinseca di ciò che chiamiamo progresso tecnologico: ogni avanzamento apre nuove capacità e nuove asimmetrie; ogni tool “utile” può essere un tool di controllo così come ogni ottimizzazione può diventare un’accelerazione della violenza. E in questa ambiguità, la domanda più onesta non è “cosa dobbiamo fare”, ma “quali domande dobbiamo imparare a fare”. La domanda sul “cosa usare al posto di”, infatti, rischia di ridurre la questione a un consumo etico individuale, quando l’uso di un determinato strumento tecnologico ci lega – e AI War Cloud lo dimostra – inevitabilmente ad altri esseri umani.

Alla richiesta, quindi, su: «Qual è, secondo te, la domanda che dovremmo porci più urgentemente quando scegliamo di usare o costruire strumenti intelligenti?», Ciston non a caso risponde:

«I e le designer dovrebbero sempre pensare alle poste in gioco umane e all’impatto potenziale di ciò che stanno costruendo, chiedersi chi non è incluso nel processo di progettazione».

Per chi usa gli strumenti, invece, l’artista propone di formulare domande per un’etica della scelta situata, fatta di attenzione costante ma soprattutto di disponibilità a farsi cambiare da ciò che si è visto. «È molto difficile optare per il tutto o per il niente: per quello che riguarda le mie scelte, cerco di essere il più consapevole possibile ma non c’è bisogno di essere troppo dura con me stessa: non è che non userò mai uno dei principali motori di ricerca globale o una generative AI, ma cercherò di fare delle scelte informate su quanto, come e perché li uso».

E se parlare di futuro rischia sempre di scivolare nell’utopia o nella distopia, il futuro dell’artista riporta a terra. «Spero che tra vent’anni avremo una conversazione diversa, non sull’AI, e che avremo capito come essere più connessi gli uni agli altri. E spero che i miei studenti stiano realizzando opere davvero interessanti, capaci di parlare di ciò che sta accadendo nel mondo, e di aver in qualche modo contribuito a rendere possibile questo percorso».

 

  1. Tech Inquiry è una piccola organizzazione senza scopo di lucro che analizza le relazioni tra aziende, organizzazioni non profit e governi per contestualizzare e indagare meglio l’influenza delle aziende. https://techinquiry.org/ ↩︎
  2. Airwars è un’organizzazione senza scopo di lucro che si occupa di trasparenza e che monitora, valuta, archivia e indaga sulle denunce di danni ai civili nei paesi colpiti da conflitti. Fondata nel 2014, oggi è leader nel campo della violenza dei conflitti che colpisce le comunità civili. https://airwars.org/ ↩︎

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