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Quando ascoltare un bosco è un atto politico

Memoryscape di Dario Giardi

Marta Abbà
una storia scritta da
Marta Abbà
 
 
Quando ascoltare un bosco è un atto politico

Le neuroscienze lo confermano: i paesaggi sonori modellano la nostra identità e il rapporto con l’ambiente. Il compositore Giadar li usa come strumento di memoria, cura e resistenza ecologica

Non è retorica né greenwashing. È neuroscienze unita a ecologia acustica e a una scommessa culturale: che il suono possa fare ciò che i dati e le campagne non riescono più a ottenere. Ovvero riconnettere l’essere umano alla biosfera come esperienza vissuta, sensoriale e capace di lasciare una traccia nella memoria e nel comportamento. A sostenerlo è Dario Giardi, compositore e ricercatore che con il suo alias artistico Giadar ha costruito un progetto che tiene insieme ecologia, benessere individuale e salute del pianeta. Dimensioni che scientificamente, creativamente ed esistenzialmente si intrecciano.

Il suo ultimo lavoro, l’album musicale Memoryscape, abbinato al saggio E se fosse la musica a salvarci? La memoria dei suoni e la sfida climatica (Mimesis, 2025) parte da un’intuizione semplice quanto radicale: i suoni che ci hanno formato – come il rumore del vento tra gli alberi dell’infanzia, il tintinnio delle campane o lo sciabordio dell’acqua di un ruscello – sono architetture emotive, mappe cognitive e radici identitarie che, quando scompaiono, travolte dall’inquinamento acustico o dall’estinzione degli ecosistemi che le generavano, portano alla perdita della capacità stessa di appartenere a un luogo, di ricordarlo e di proteggerlo.

«Proteggeremo davvero ciò che saremo capaci di ascoltare e di ricordare», sintetizza. Ed è un’affermazione che ribalta la logica dell’ambientalismo performativo dove non basta informare, sensibilizzare o allarmare ma serve riattivare i sensi.

Dario Giardi è un ricercatore nel campo dell’energia e dell’ambiente. Dopo essersi laureato in diritto internazionale, ha conseguito un master in management ambientale e un dottorato in geopolitica dell’energia. Si occupa da oltre vent’anni di sostenibilità ed economia circolare, avendo maturato esperienza presso istituzioni, enti di ricerca e associazioni imprenditoriali. Ha ottenuto il diploma in teoria e armonia musicale al Berklee College of Music di Boston, con specializzazione in musicologia e “music for wellness”. Con l’alias Giadar, compone musica ambient ed elettronica per etichette internazionali.

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Il paesaggio sonoro come dispositivo cognitivo

«Memoryscape è il paesaggio della memoria sonora: l’insieme dei suoni che hanno costruito la nostra identità emotiva e culturale. Non riguarda solo ciò che ricordiamo, ma il modo in cui i suoni del passato modellano il nostro presente e il nostro rapporto con l’ambiente», spiega Giardi. Il termine, da lui coniato, è un vero e proprio strumento operativo, che consente di trasformare l’ecologia da concetto astratto – spesso paralizzante nella sua vastità – a esperienza concreta, personale, radicata nel corpo e nella biografia di ciascuno.

La scienza gli dà ragione. L’ecologia del paesaggio sonoro (soundscape ecology) è una disciplina consolidata che studia come gli ambienti acustici influenzano percezione e comportamento. Le neuroscienze ambientali mostrano che i suoni naturali attivano aree cerebrali legate all’empatia, alla memoria autobiografica e alla regolazione emotiva. Uno studio pubblicato su Scientific Reports nel 20251 ha dimostrato che l’esposizione a paesaggi sonori forestali migliora significativamente l’umore, la capacità di restauro cognitivo e le funzioni cognitive rispetto ai paesaggi sonori industriali, mentre l’inquinamento acustico è associato a stress cronico, disturbi del sonno e ridotta capacità di attenzione.

Ma c’è di più. Quando un ecosistema perde i suoi suoni caratteristici – il canto di una specie di uccelli scomparsa, il rumore di un ghiacciaio che si scioglie – non viene meno solo un elemento sensoriale, ma si interrompe anche il nostro canale di relazione con l’ambiente. Il paesaggio sonoro agisce, infatti, come mediatore tra sistema nervoso e biosfera, costruendo quello che gli studiosi chiamano sense of place, il senso di appartenenza a un territorio. Senza questo legame percettivo ed emotivo, la crisi climatica rischia di diventare qualcosa che si sa, ma che non si sente e scivolare ulteriormente in dati astratti che riguardano il futuro di qualcun altro.

Come riattivare l’ascolto

Il lavoro di Giardi, formatosi al Berklee College of Music di Boston dove si è specializzato in music for wellness, intreccia salute del pianeta e salute delle persone, partendo dalla convinzione – supportata da decenni di ricerca in musicoterapia – che il suono abbia un potere curativo reale, misurabile, utilizzabile come strumento complementare alla medicina tradizionale.

«Credo fermamente nel potere curativo del suono, specialmente nel rappresentare uno strumento valido da affiancare alla medicina tradizionale per alleviare molti disturbi psicosomatici; penso all’insonnia, all’ansia, agli attacchi di panico», afferma.

Ricerche sul sistema nervoso autonomo2 hanno documentato, non a caso, come determinate frequenze sonore influenzino il battito cardiaco e inducano stati di rilassamento profondo attraverso la stimolazione del nervo vago. Una meta-analisi pubblicata su eClinicalMedicine3 ha evidenziato l’efficacia della musicoterapia nel ridurre significativamente i sintomi di ansia in diverse popolazioni cliniche, con effetti particolarmente marcati dopo più di 12 sessioni.

Ma Giardi va oltre la somministrazione passiva di “musica rilassante”. Il suo approccio richiede partecipazione, ascolto attivo, consapevolezza. Nei workshop di deep listening che conduce in ambienti naturali – parchi, boschi, campagne – l’obiettivo è proprio quello di allenare la sensibilità ecologica, ricostruire una cultura dell’ascolto, lì dove «viviamo in un’epoca di saturazione visiva e informativa», spiega Giardi, «ma di grande povertà percettiva».

«Riattivare l’ascolto significa riattivare attenzione, empatia e senso di appartenenza».

Nello specifico tre sono i modi che Giardi individua per andare oltre l’idea di natura come semplice ispirazione romantica e diventare co-autrice del processo creativo.

Primo: la composizione con field recording, la registrazione sul campo: la pratica di catturare suoni direttamente nei luoghi in cui avvengono, invece che ricrearli in studio. I suoni reali di ecosistemi – foreste, mari, campagne – diventano materiale musicale primario. Questo restituisce voce ai luoghi, li porta dentro la narrazione sonora con la loro complessità, i loro ritmi biologici e le loro fragilità. Il risultato è qualcosa di vivo, stratificato e capace di trasmettere informazioni che nessun discorso puramente verbale potrebbe veicolare.

Secondo: le performance in ambienti naturali, dove l’acustica del luogo e i suoni circostanti entrano nella composizione. Non si suona su un paesaggio ma con un paesaggio. Il pubblico ascolta simultaneamente la musica scritta e l’ecosistema che la ospita, creando un’esperienza di relazione, fuori dagli schemi del consumo.

Terzo: installazioni sonore che reagiscono a dati ambientali in tempo reale – qualità dell’aria, vento, biodiversità – trasformandoli in suono. Questi dispositivi rendono percepibile ciò che altrimenti resterebbe invisibile: l’inquinamento, il cambiamento climatico, la perdita di specie. La tecnologia diventa interfaccia tra sfera umana e non umana, traduttore di linguaggi altrimenti incomunicabili.

Cassetta audio del progetto “planet B” e vinile del brano “Icarus by the sea” dell’artista Giadar. Tutti i diritti riservati. Riprodotte con il consenso dell’autore.

Il ruolo della tecnologia

Proprio la tecnologia – intesa qui in senso ampio come insieme di strumenti e infrastrutture – rappresenta il nodo più delicato. Giardi ne riconosce l’ambivalenza: può avvicinarci ad attivare l’ascolto, conservare e proteggere gli ecosistemi o allontanarci da essi. Nel primo caso rientra l’uso della tecnologia per l’archiviazione di paesaggi sonori a rischio scomparsa, la realizzazione di composizioni basate su dati ambientali, la diffusione globale di progetti ecologici o la creazione di esperienze immersive educative. La Macaulay Library, ad esempio, della Cornell University4 ha registrato oltre 3,2 milioni di ore di suoni naturali, documentando il 96% delle specie di uccelli del mondo, molte delle quali sono a rischio estinzione.

Nel secondo caso rientra, invece, un uso che favorisce l’aumento dell’inquinamento acustico, un ascolto distratto e continuo che riduce la qualità percettiva, il rischio di sostituire l’esperienza diretta della natura con simulazioni artificiali. L’energia per i server, l’acqua per il raffreddamento, i materiali rari per i dispositivi, i rifiuti elettronici hanno, inoltre, un impatto ambientale reale. Secondo uno studio pubblicato su Nature Communications Sustainability nel 20255, le emissioni totali incorporate dalle industrie digitali nel 2021 rappresentano il 4,1% delle emissioni globali, con il 77-87% di queste emissioni che si verificano a monte nella catena di fornitura. L’hardware rappresenta la quota maggiore delle emissioni, mentre la crescente domanda di servizi IT ha guidato la crescita delle emissioni nell’ultimo decennio.

«Ma la sfida è usare la tecnologia come strumento di consapevolezza e non di sostituzione dell’esperienza naturale», spiega Giardi, perché la crisi climatica non è solo una questione tecnologica o economica, ma sensoriale e culturale. Riguarda cosa siamo ancora capaci di percepire, cosa scegliamo di ascoltare e cosa vogliamo ricordare. La musica – se smette di essere intrattenimento passivo o decorazione – può diventare linguaggio di riconnessione, un dispositivo di memoria collettiva e una pratica di cura simultanea per le persone e per gli ecosistemi. Un approccio che potrebbe sembrare velleitario se non fosse sostenuto da decenni di ricerca scientifica, da una pratica artistica rigorosa e da un’urgenza esistenziale che chi ascolta davvero – il mondo, se stesso, gli altri – non può più ignorare.

«Se la musica può fare qualcosa oggi, è ricordarci che siamo parte di un paesaggio vivo».

E forse è proprio questa la rivoluzione necessaria: smettere di pensarci come spettatori di una crisi e riconoscerci come parte integrante di un organismo più vasto, sensibile, fragile.

Un organismo che parla anche attraverso il suono. Se solo fossimo disposti ad ascoltare.

 

  1. Paesaggi sonori e funzioni cognitive: Longman, D. P., Van Hedger, S. C., McEwan, K., Griffin, E., Hannon, C., Harvey, I., Kikuta, T., Nickels, M., O’Donnell, E., Pham, V. A., Robinson, J., Slater, R., Szazvai, M., Williams, J., & Shaw, C. N. (2025). Forest soundscapes improve mood, restoration and cognition, but not physiological stress or immunity, relative to industrial soundscapes. Scientific Reports, 15(1), 33967. https://doi.org/10.1038/s41598-025-11469-x ↩︎
  2. Suono e sistema nervoso autonomo: Kim, D., Kim, N., Lee, Y., Kim, S., & Kwon, J. (2023). Sound stimulation using the individual’s heart rate to improve the stability and homeostasis of the autonomic nervous system. Physiological Reports, 11(18), e15816. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10509153/;
    Music and Autonomic Nervous System review: Ellis, R. J., & Thayer, J. F. (2010). Music and Autonomic Nervous system (DYS)Function. Music Perception an Interdisciplinary Journal, 27(4), 317–326. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3011183/ ↩︎
  3. Musicoterapia per ansia e depressione: De Witte, M., Aalbers, S., Vink, A., Friederichs, S., Knapen, A., Pelgrim, T., Lampit, A., Baker, F. A., & Van Hooren, S. (2025). Music therapy for the treatment of anxiety: a systematic review with multilevel meta-analyses. EClinicalMedicine, 84, 103293. https://www.thelancet.com/journals/eclinm/article/PIIS2589-5370(25)00225-1/fulltext ↩︎
  4. Archivi sonori naturali: Macaulay Library (Cornell Lab of Ornithology): https://www.macaulaylibrary.org;
    Leonard, P. (2013, 17 gennaio). World’s largest natural sound archive now online. Cornell Chronicle. https://news.cornell.edu/stories/2013/01/worlds-largest-natural-sound-archive-now-online ↩︎
  5. Emissioni digitali: Axenbeck, J., Kunkel, S., Blain, J., & Charpentier, F. (2026). Between 2010 and 2021, global emissions from digital technologies were largely obscured in greenhouse gas emission accounting standards. Communications Sustainability, 1(1). https://www.nature.com/articles/s44458-025-00022-6 ↩︎

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