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Between Gaza and Naples

Il progetto fotografico che crea ponti tra città

Marta Abbà
una storia scritta da
Marta Abbà
 
 
Between Gaza and Naples

Un reportage condiviso nato dall’incontro tra un fotografo palestinese e un artista napoletano che, attraverso bambini, famiglie e piccoli gesti quotidiani, tenta di restituire umanità a immagini troppo spesso ridotte a macerie, statistica e cronaca.

«Vorrei che le immagini arrivassero al cuore senza urlare. Che facessero emergere l’essere umano prima della guerra, l’infanzia prima della ferita, la speranza prima della disperazione».

Nelle parole del fotografo e filmmaker palestinese Mahmoud Abu Qaraya c’è già il nucleo emotivo di Between Gaza and Naples, il progetto fotografico e documentario nato insieme al direttore creativo napoletano Raffaele Annunziata, aka tylerdurdan*. Un lavoro che, più che raccontare la guerra, prova a raccontare ciò che continua ostinatamente a sopravvivere dentro la guerra: la quotidianità, l’infanzia, le famiglie, il bisogno elementare di normalità.

Susan Sontag nel suo Regarding the pain of other scriveva1 che «Non dovremmo dare per scontato il “noi” quando si tratta del dolore altrui». Ed è proprio contro questa anestesia dello sguardo che sembra muoversi Between Gaza and Naples: un tentativo di rallentare la visione e restituire complessità umana a ciò che il flusso mediatico consuma in pochi secondi. Che riesca davvero ad arrivare “al cuore in silenzio” dipende inevitabilmente da chi guarda. Intanto, però, il progetto continua a crescere e trasformarsi: attraversa mostre, installazioni, screening, spazi indipendenti e contesti internazionali. Nato come dialogo fotografico tra Gaza e Napoli, oggi Between Gaza and Naples sta diventando anche un documentario in lavorazione ed è già una rete concreta di solidarietà e riflessione sul ruolo delle immagini nel raccontare il presente.

Sul sito che raccoglie il progetto compare questa frase: «This is not a comparison. It is a recognition». Due città e due bambine: Soso a Gaza e Dede a Napoli, e la stessa domanda sospesa: cosa significa crescere oggi?

Raffaele Annunziata

Direttore creativo italiano e artista musicale sperimentale che lavora all’intersezione tra intelligenza artificiale, cultura e musica rap. Sotto il nome di tylerdurdan* sviluppa progetti musicali guidati dall’intelligenza artificiale, esplorando i concetti di autorialità, identità e trasformazione della creatività nell’epoca delle tecnologie generative. Il suo lavoro combina songwriting tradizionale, voci generate tramite AI e produzioni ibride, indagando il modo in cui la tecnologia sta ridefinendo l’espressione artistica.

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Dai social un’alleanza vera

Tutto nasce tra agosto e settembre del 2025, quando Annunziata scopre il lavoro di Mahmoud su Instagram. «Ero rimasto colpito dalla forza e dalla delicatezza delle sue immagini», racconta. «Gli ho scritto perché, ai miei occhi, stava facendo qualcosa di enorme: raccontare un periodo devastante per il popolo palestinese senza rinunciare alla sensibilità e alla bellezza. Dopo giorni di dialogo ci siamo resi conto che potevamo costruire un progetto condiviso, qualcosa che permettesse alla sua arte di uscire dai confini mediorientali e parlare altrove».

Mahmoud ricorda quell’invito come qualcosa di immediatamente naturale: «Ho sentito subito che questo progetto apparteneva al mio modo di guardare il mondo. Fotografo la vita che resiste: i bambini, i dettagli minimi, l’essere umano nel mezzo delle circostanze più dure».

Così nasce Between Gaza and Naples: Mahmoud fotografa Gaza, Raffaele fotografa Napoli. Due sguardi paralleli che cercano una continuità emotiva. «Abbiamo osservato la vita ciascuno dal proprio luogo», spiega Mahmoud, «e poi abbiamo unito le immagini per creare un dialogo visivo tra due città apparentemente lontane».

Sul sito del progetto questa intuizione ritorna continuamente: «The project unfolds through parallel lives, where distance does not separate but reveals structure». La distanza rende visibili le somiglianze. Ed è forse proprio qui che il progetto si distingue da molta fotografia documentaria contemporanea: le immagini lavorano su gesti speculari e minimi come lavarsi i denti, aspettare, giocare, guardare il mare o stare insieme. «Abbiamo scelto Gaza e Napoli perché condividono qualcosa di profondamente umano», dice Mahmoud. «Lo senti nelle famiglie, nelle strade, nel rapporto con il mare, nel modo in cui le persone cercano calore anche dentro le difficoltà».

Mahmoud Abu Qraya

Fotografo e regista palestinese di Gaza che ha iniziato a fotografare nel 2014 e, prima della guerra, lavorava nel suo studio ritraendo bambini e famiglie attraverso immagini piene di calore e memoria. Dopo la guerra, il suo sguardo si è trasformato, mantenendo però al centro umanità, dignità e speranza anche tra distruzione e paura. Attraverso fotografia e cinema racconta bambini e famiglie, cercando di preservarne la dignità e mostrare Gaza anche come luogo di vita, infanzia e resistenza umana.

L’infanzia come linguaggio universale

La scelta di concentrarsi sui bambini è probabilmente l’elemento più forte dell’intero progetto. Per entrambi, l’infanzia è una posizione etica. «Abbiamo deciso che il centro del reportage dovesse essere l’infanzia come diritto universale», afferma Raffaele. «Un diritto che oggi, per moltissimi bambini palestinesi, viene sistematicamente negato». L’idea richiama indirettamente anche il pensiero di Judith Butler, secondo cui alcune vite vengono considerate “più degne di lutto” di altre e Between Gaza and Naples lavorare esattamente contro questa gerarchia invisibile della rappresentazione: restituire visibilità, dignità e prossimità emotiva.

«L’infanzia è un linguaggio umano universale. Quando guardi un bambino che tenta semplicemente di vivere la propria giornata», dice Mahmoud, «capisci immediatamente qualcosa della vita e anche della perdita».

«A Gaza i bambini vivono esperienze immensamente più grandi della loro età», continua, «ma non voglio ridurli a vittime. Voglio mostrarli prima di tutto come bambini: con sogni, paure, giochi, dignità».

Anche il rapporto con i soggetti nasce da una dimensione profondamente personale. «Io ho fotografato mia figlia e Mahmoud sua nipote», spiega Raffaele. «Questo ci ha permesso di lavorare dentro una relazione autentica, senza costruire artificialmente l’empatia» e prendendo le distanze da quel genere di fotografia che ricerca lo shock, e la pornografia del dolore. Anche Mahmoud lo chiarisce senza esitazioni: «Non voglio sfruttare il dolore e non inseguo immagini scioccanti. La fotografia, per me, deve restare uno spazio di comprensione, rispetto ed empatia. Non nascondo la durezza della realtà, ma non voglio nemmeno sottrarre ai bambini la loro immagine di persone vive e forti».

Uno degli aspetti più interessanti di Between Gaza and Naples è proprio il rifiuto della logica dello shock permanente. In un ecosistema visivo dominato da immagini di guerra consumate compulsivamente sui social, il progetto prova a rallentare lo sguardo. La studiosa Ariella Azoulay 2, nel suo lavoro sulla fotografia civile, sostiene, non a caso, che ogni immagine contiene una relazione etica tra chi fotografa, chi viene fotografato e chi guarda. «Non voglio lasciare lo spettatore soltanto con la tristezza», spiega Mahmoud. «Vorrei che sentisse una vicinanza reale con le persone che fotografo. Che per un attimo pensasse: queste persone sono come noi. Hanno ricordi, famiglie, desideri, cose che amano».

Ragazzi ritratti sulle rive di Gaza per il progetto Between Gaza and Naples, 2025. Foto di Mahmoud Abu Qaraya. Tutti i diritti riservati. Riprodotte con il consenso dell’autore.

Raffaele racconta di aver osservato reazioni opposte durante le mostre. «C’è chi guarda una fotografia e si mette a piangere. E c’è chi passa davanti alle immagini senza fermarsi nemmeno un secondo». Una oscillazione che racconta il rapporto contemporaneo con le immagini della Palestina: da una parte un’empatia profondissima, dall’altra una progressiva assuefazione lì dove il progetto cerca permanenza.

«Spero che nasca un’empatia vera», dice Mahmoud, «e non un’emozione momentanea destinata a sparire subito dopo aver visto una fotografia».

Simbiosi a distanza

Nel tempo, Between Gaza and Naples ha trasformato anche la vita dei due autori. Quella che era nata come una collaborazione artistica è diventata una relazione quotidiana.

«Da agosto 2025 io, Mahmoud e le nostre famiglie viviamo in una sorta di simbiosi multimediale», racconta Raffaele.

«Ci sentiamo ogni giorno, condividiamo progetti, problemi tecnici, idee, paure». Per Mahmoud, il progetto ha significato soprattutto la possibilità di raccontare Gaza oltre la narrazione dominante. «Durante la guerra senti spesso che la tua voce resta bloccata, e che le immagini di Gaza vengano lette soltanto attraverso distruzione e morte. Questo progetto mi ha dato la possibilità di mostrare anche che la vita continua».

«La distanza tra noi era geografica», continua, «le immagini l’hanno trasformata in un dialogo umano». Raffaele si sofferma invece sulla dimensione politica dell’esperienza: «È impossibile attraversare questa realtà senza interrogarsi sul fatto che un popolo intero venga privato del diritto fondamentale alla libertà». C’è poi un dettaglio fondamentale: il progetto è totalmente indipendente. Ed è forse proprio questa fragilità produttiva a renderlo coerente con ciò che racconta. Le mostre si svolgono soprattutto in spazi indipendenti, festival legati alla cultura palestinese, centri sociali e luoghi di produzione culturale dal basso, da Napoli a Barcellona, evitando costantemente la rigidità propagandistica. Anche nei momenti più esplicitamente politici, il centro resta sempre umano.

Scatti di tylerdurdan* per il progetto Between Gaza and Naples, 2025. Tutti i diritti riservati. Riprodotte con il consenso dell’autore.

Oggi Between Gaza and Naples è diventata un archivio emotivo e politico in continua evoluzione fatto di mostre, talk, installazioni, screening internazionali e collaborazioni editoriali. «Stiamo lavorando a un vero lungometraggio», racconta Raffaele. «È un processo complicatissimo: connessioni instabili, file impossibili da trasferire, distanza e i tempi della guerra».

Sul sito si legge che il documentario nasce «under extraordinary circumstances», mentre Mahmoud e la sua famiglia sono costretti a spostarsi continuamente verso sud attraverso Gaza. Mahmoud parla del progetto come di qualcosa che deve maturare lentamente:

«Ogni immagine ha bisogno di sincerità e del momento giusto. Non vogliamo creare soltanto una somiglianza visiva, ma un dialogo umano tra due luoghi, due infanzie e due vite».

Alla fine, il desiderio di Mahmoud resta disarmante nella sua semplicità: «Non voglio che questo diventi soltanto qualcosa di visivamente bello. Vorrei che fosse uno spazio capace di far sentire, pensare e avvicinare le persone a Gaza e ai bambini che la abitano».

 

  1. Per approfondire Sontag, S. (2003). Regarding the Pain of Others. Macmillan. ↩︎
  2. Uno dei libri più noti di Ariella Azoulay: Azoulay, A. (2021). The Civil Contract of Photography. Princeton University Press. ↩︎

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