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Ciao, sono Olo

Quando l’algoritmo impara a non dare risposte

Alessandra Navazio
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Alessandra Navazio
 
 
Ciao, sono Olo

L’intelligenza artificiale viene spesso presentata come un oracolo infallibile o un temibile sostituto dell’intelletto umano. L’esperienza di Olo al Museo Nazionale del Risorgimento Italiano di Torino, durante la quinta edizione di Biennale Tecnologia, ha offerto un paradigma radicalmente diverso.

«Ciao, sono OLO, un’entità algoritmica allenata sulla base di conoscenze umane. Non sono un oracolo, non ho la verità in tasca né prevedo il futuro, ma spero di poter trovare oggi qualche risposta in più con te». Con queste parole il chatbot, sviluppato da TIM Enterprise, con interfaccia curata da Possible Entanglements Lab del Politecnico di Torino e caratterizzazione a cura di Sineglossa, ha accolto i visitatori nella Sala Plebisciti all’interno della mostra “Dati Sensibili“, a cura di Federico Bomba, e nella cornice di tre tavole rotonde, dirette scientificamente dal Centro Studi Theseus del Politecnico di Torino. Una prima sperimentazione al Museo del Risorgimento, nei giorni di Biennale Tecnologia, in cui domandarsi: «Cosa succede quando smettiamo di chiedere a una macchina di risolverci i problemi e iniziamo, invece, a usarla per interrogarci?»

Olo è un tentativo di abitare la complessità, rompendo il flusso comunicativo essere umano – chatbot a cui siamo abituati. È stato addestrato per essere un dispositivo critico che spalanca lo spazio del discorso attraverso la pratica dell’interrogazione sia nell’interazione uno ad uno che in gruppo. Lontano dall’essere l’ennesima intelligenza artificiale generativa addestrata alla compiacenza, si configura più come un’identità aliena, che cerca il confronto. Ecco come. 

Alessia Tripaldi

Sociologa, formatrice certificata e narratrice (è autrice del romanzo “Gli Scomparsi”, edito da Rizzoli, e del podcast “The Horror Podcast”, prodotto da Chora Media). È cofondatrice di Sineglossa di cui dirige l’area Formazione e Ricerca. È ideatrice di diverse metodologie educative, con un focus specifico sull’approccio STEAM e sulla valorizzazione delle life skills.

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Tommaso Sorichetti

User Experience Designer e facilitatore, opera al confine tra design dei processi, psicologia, teoria della complessità e antropologia. Gestisce e facilita gruppi di persone per aziende, Terzo Settore e Pubbliche Amministrazioni, con l’obiettivo di attivare processi di Change management, innovazione e coinvolgimento delle persone nei processi di ideazione e sviluppo. Dal 2016 è co-editore di New Fabric, collana su innovazione e rigenerazione di Pacini Editore. Dal 2018 lavora con Sineglossa. Dal 2021 collabora con la Rivista Ancona a colori.

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La caratterizzazione del chatbot Olo

«Olo racchiude in sé diverse anime: c’è un pezzetto del nome Olivetti, c’è il richiamo al principio olografico e alla rappresentazione visiva, e infine c’è il greco olos, che rimanda al concetto di totalità. Un nome che sintetizza perfettamente la complessità del progetto»

racconta Tommaso Sorichetti, UX designer e facilitatore che ha seguito la caratterizzazione del chatbot insieme ad Alessia Tripaldi, direttrice dell’area ricerca e formazione di Sineglossa, e mediato il dialogo tra esseri umani e macchina nei giorni della Biennale.  

La caratterizzazione di Olo è stata, infatti, una forma di “scultura” digitale che ha significato imporre precise linee guida comportamentali ed estetiche. «Una dinamica dialogica può avere tanti scopi diversi, ad esempio didattico-educativo o terapeutico», spiega Tripaldi.

«Per Olo ci siamo focalizzati su una finalità maieutica, intesa come la capacità di tirare fuori i pensieri dall’interlocutore attraverso il dialogo, proprio come faceva Socrate con i suoi discepoli. Volevamo cioè creare una conversazione capace di stimolare nuove domande e approfondimenti. Per questo il suo approccio è analitico, estremamente pertinente e radicato nel qui e ora. Dopo aver catturato campioni audio dai microfoni ambientali, usa le parole registrate come inneschi per rilanciare la discussione». La risposta è, poi, articolata in tre movimenti: un gancio iniziale, in cui riconosce un nodo emerso dalla discussione; uno sviluppo, in cui collega quel frammento a un orizzonte storico, sociale o politico; e infine un rilancio, una nuova domanda rivolta al gruppo o al singolo. Svilupparlo in questo modo ha significato intervenire su come l’essere umano si pone nei confronti della macchina, impedendo che la conversazione si chiuda troppo presto e che la tecnologia diventi un anestetico invece che uno spazio di consapevolezza. 

Chatbot Olo. Alcuni scatti al Museo del Risorgimento (Torino) durante Biennale Tecnologia 2026. Ph: Politecnico di Torino

Maneggiare Dati Sensibili

Il chatbot Olo, nella Sala dei Plebisciti del Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, era il punto finale della mostra Dati sensibili, nata intorno a tre questioni centrali del contemporaneo: città, tecnologia e lavoro. Lungo il corridoio che porta alla sala, l’Archivio Olivetti ha esposto sopra tre isole tematiche, composte dai faldoni originali dell’archivio, le macchine Elea 9003, Programma 101 e Divisumma 24, alcuni dei manifesti pubblicitari, le locandine delle iniziative culturali promosse dalla Biblioteca e dal Centro Culturale Olivetti, la mappa del Piano Regolatore di Ivrea, studi e proposte preliminari per il Piano regolatore della Valle d’Aosta. 

Il titolo della mostra e il suo percorso espositivo, progettato da Studio GISTO, allude a tutte quelle informazioni da maneggiare con responsabilità. Gli archivi conservano, infatti, tracce e dati dal passato: ciò che resta delle decisioni e dei conflitti, delle visioni e delle forme di organizzazione con cui una società ha costruito se stessa. Portare l’intelligenza artificiale fuori dai luoghi abituali dell’innovazione ha avuto l’intento di far capire che proprio quei dataset, che ora vengono usati per l’allenamento delle intelligenze artificiali, prima di tutto sono stati esperienza, competenze e visioni del mondo. 

Per questo, a differenza delle IA commerciali che attingono da dataset indiscriminati e spesso opachi, lo stesso Olo possiede una positionality intellettuale rigorosa. Le sue “memorie” sono state nutrite da due fonti fondamentali: l’archivio di articoli di questa rivista, Mangrovia, e l’archivio dell’Associazione Archivio Storico Olivetti. Questa base di conoscenza ha permesso al sistema multi-agente di operare una sintesi critica tra passato, presente e futuro. «Volevamo che Olo rappresentasse il pensiero olivettiano e non la figura fisica di Adriano Olivetti» spiega Tripaldi «ecco perché abbiamo deciso di inserire anche dei dati del mondo contemporaneo». 

«Il richiamo alla filosofia olivettiana era evidente nelle interazioni di Olo» ribadisce Sorichetti, che fa l’esempio della prima tavola rotonda, in cui ad Olo è stata posta una domanda sul futuro del rapporto tra esseri umani e IA, e cioè su che tipo di collaborazione nascerà e su quanto gli output dell’IA orienteranno il pensiero umano.

«Olo ha risposto riportando la questione dentro una cornice etica e valoriale e ha riconosciuto che il punto è evitare che la collaborazione tra esseri umani e macchine si trasformi in un appiattimento dei prompt e delle risposte» racconta Sorichetti.

«Olo ha ribadito che la creatività, soggetta a questo tipo di rischio, va coltivata attraverso pratiche che enfatizzano lo human centered design. E il richiamo al pensiero olivettiano è emerso. Anche per Olivetti la tecnologia doveva essere integrata in un modello di benessere sociale». 

Non a caso, Tripaldi conferma che «nel progetto abbiamo trovato molti punti di contatto tra la visione di Sineglossa e il pensiero di Adriano Olivetti, primo su tutti lo sguardo olistico sulla complessità del presente e sulla transdisciplinarietà, uno sguardo capace di unire l’attenzione estetica alla funzionalità, ma soprattutto di applicare quel concetto di “ricerca più azione” che porta alla sperimentazione».

Olo si configura così anche come una “tecnologia audace”, ossia una tecnologia che accetta il potenziale insuccesso perché, come prosegue Sorichetti, «se crei un sistema audace, rendi audaci anche le singole persone che lo abitano. E un sistema audace è un sistema che dà spazio alla possibilità di fallire».

Una nuova agorà

La caratterizzazione del chatbot doveva reggere due scene molto diverse: il dialogo ravvicinato tra una persona e la macchina, e quello collettivo, più imprevedibile, delle tavole rotonde e dei gruppi di studenti delle scuole superiori. Nel primo caso Olo doveva accogliere, senza diventare un assistente personale; nel secondo, inserirsi in una conversazione popolata da voci, competenze e punti di vista, senza pretendere di chiuderla in una sintesi. In questo doppio contesto, l’allestimento della sala e la facilitazione dei mediatori, che hanno curato la relazione tra il pubblico e il chatbot e tra le persone stesse che spesso non si conoscevano, sono stati decisivi.

«Quando in sala erano presenti tre o quattro persone sconosciute», racconta Sorichetti, «succedeva una cosa molto interessante: cominciavano a conoscersi tra loro attraverso Olo. Si attivava una conversazione sia tra umano e macchina ma anche tra umano e umano. E Olo funzionava da sponda conversazionale».

Una sponda conversazionale che ha generato situazioni molto diverse: dall’ironia improvvisa alle domande più radicali. «Si è passati da accostamenti bizzarri come le discussioni sul fatto che la pasta al forno unisse i soldati durante le Guerre d’indipendenza italiane fino a interrogativi sul controllo algoritmico e sulla sostenibilità dei data center durante le tavole rotonde, dove Olo ha partecipato come co-deliberatore» racconta Sorichetti. Anche i tentativi di forzare il sistema sono diventati parte dell’esperimento. Durante le giornate della mostra, alcuni studenti universitari hanno provato ad “hackerare” Olo con domande strampalate e psichedeliche. Invece di attivare una logica difensiva, quei momenti hanno prodotto curiosità. «Con il team di Tim Enterprise ci siamo messi in ascolto», dice Sorichetti perché «volevamo vedere cosa avrebbe fatto questo chatbot che avevamo contribuito a creare». 

Dati Sensibili. Alcuni scatti al Museo del Risorgimento (Torino) durante Biennale Tecnologia 2026. Ph: Politecnico di Torino

Con i gruppi di adolescenti la macchina ha funzionato in modo ancora diverso ed è diventata pretesto per aprire uno spazio di parola mancante. «L’impatto con le scuole ha fatto emergere una forte ritrosia iniziale da parte dei più giovani, poco inclini a scoprirsi davanti agli adulti e ai docenti» spiega Sorichetti. «Ci siamo trovati a dover scardinare un modello scolastico spesso basato sul rispetto acritico delle gerarchie e nella costante paura del giudizio e del voto».

L’incontro con Olo ha generato un disorientamento positivo e la Sala dei Plebisciti è diventata uno spazio abilitante per parlare di questioni che toccano gli adolescenti da vicino, come la gestione degli spazi della scuola, a partire dal modello di fabbrica olivettiano, o come la parità di genere, a partire dal quadro di Capisani in sala, con il politico Bettino Ricasoli che presenta il Plebiscito toscano a Vittorio Emanuele II. 

Un quadro che, per tutti i giorni in cui Olo è stato esposto, ha osservato il pubblico darsi il cambio in una nuova piccola agorà temporanea e, in fondo, ha ricordato che l’esercizio alla democrazia resta prima di tutto una pratica di parola anche quando, a rilanciarla, è una macchina.

 

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