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Come avere cura

Riti, erbe e streghe nella Bakota di Olena Kayinska e Camille Bleu-Valentin

Alessandra Navazio
una storia scritta da
Alessandra Navazio
 
 
Come avere cura

Dove mancano ambulatori e farmacie, nei villaggi intorno a Bakota (Ucraina) la cura passa anche dalle guaritrici e dalle erbe. Durante la residenza artistica nella regione, Olena Kayinska ha bussato alla porta delle ultime streghe e Camille Bleu-Valentin ha seguito le piante medicinali del territorio. Le loro ricerche sono diventate racconti, dipinti, mappe e una bioplastica da sciogliere nell’acqua, per la guida Bakota: A Portal to Ukraine. Due percorsi dei sei presenti che interrogano il rapporto fra cura, corpo e paesaggio.

«Lavoriamo di più». È la risposta che alcuni abitanti dei villaggi intorno a Bakota, antica città sul fiume Dnister, nell’Ucraina occidentale, sommersa tra il 1981 e il 1987 da un bacino idroelettrico, hanno dato a chi chiedeva loro che cosa facessero nei giorni di tristezza. Sono agricoltori e quando stanno male, passano ancora più tempo nei campi. L’artista francese Camille Bleu-Valentin ricorda quella conversazione perché vi ha riconosciuto qualcosa che ha sperimentato durante la residenza artistica nella regione: il sollievo di muoversi, stare all’aperto e ritrovare un contatto con la terra. Anche l’artista ucraina Olena Kayinska è arrivata a Bakota con una sofferenza da raccontare. Per conoscere le pratiche di guarigione presenti nei villaggi, ha deciso di chiedere aiuto alle persone che le custodiscono.

La guida “Bakota. A portal to Ukraine”

Le due artiste hanno partecipato, insieme ad altri quattro artisti e scrittori, alla residenza ospitata nel settembre 2025 a Bakota Hub, il centro culturale animato dall’organizzazione ucraina Territory NGO. Da quegli incontri nascono i sei itinerari di Bakota: A Portal to Ukraine. Sineglossa, il centro di ricerca e produzione culturale che cura anche Mangrovia, ha ideato e coordinato il progetto e ne ha seguito la direzione artistica. Territory NGO ha gestito la residenza e il coinvolgimento della comunità, mentre la fondazione polacca Fundacja Ziemniaki i ha curato il progetto editoriale e la pubblicazione. La guida è realizzata nell’ambito di A Discovery Guide for Recovery, cofinanziato dal programma Europa Creativa dell’Unione Europea.

Olena Kayinska

Olena Kayinska è un’artista che vive e lavora a Leopoli, in Ucraina. La sua ricerca si colloca nel genere del primitivismo intellettuale, intrecciato a narrazioni filosofiche e psicologiche. Ha iniziato la sua carriera artistica nel 2012. Al centro del suo lavoro c’è l’interesse per ciò che rimane nascosto: l’io sensibile e vulnerabile, radicato nell’infanzia, che si rifugia nel subconscio come mezzo di sopravvivenza. Kayinska ha partecipato a oltre 100 mostre, festival di arte contemporanea e residenze e ha presentato 19 progetti personali. Ha inoltre curato mostre collettive, residenze artistiche e programmi di trasferimento a sostegno di artisti e artiste a rischio. I suoi dipinti sono conservati in musei e collezioni private in Europa, negli Stati Uniti, in Turchia e negli Emirati Arabi Uniti.

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Una candela nel vento

A Bakota, nei villaggi sorti sulle rive del lago artificiale come Horaivka, Stara Ushytsia e Kolodiivka, si dice che la terra abbia un’energia speciale, e da sempre ci sono state persone che praticano la magia. Olena lo aveva scoperto da turista, prima ancora di tornarci per la residenza al Bakota Hub, nel 2025. «Per la gente del posto Bakota è un luogo di potere», racconta. «Ci vivono praticanti che seguono l’antica magia ucraina, e arrivano esoteristi new age che comprano casa e organizzano ritiri». Alla domanda diretta, però, «c’è una strega nel vostro villaggio?», la risposta ricevuta da Olena era sempre la stessa: «no, è peccato, si va in chiesa». La svolta è arrivata con gli incontri di comunità. È sull’incontro tra artisti e abitanti che si fonda il metodo Nonturismo, sviluppato da Sineglossa per costruire narrazioni condivise dei territori e portato per la prima volta fuori dall’Italia con questa guida.

«Andavo agli incontri con gli abitanti organizzati da Territory NGO, solo per stare in compagnia e per passare del tempo insieme», spiega Olena. «Raccontavo di me, della mia vita, di quanto amassi Bakota e di quanto mi piacesse stare con loro». Solo dopo ha parlato del motivo che l’aveva spinta a cercare le guaritrici: da anni soffriva d’insonnia.

«Con le guaritrici e i guaritori ho messo da parte il ruolo di giornalista, di ricercatrice o di artista. Mi sono presentata semplicemente come una persona con un problema».

E allora qualcuno le ha indicato una casa, una donna o una strada. Da lì le porte hanno cominciato ad aprirsi. Le hanno raccontato dell’uomo che parlava con i serpenti, e della strega che non riusciva a morire: rimase tre giorni in agonia, finché qualcuno non aprì con l’ascia un buco nel tetto, come un portale per far uscire l’anima. Camminando per i villaggi, le persone la fermavano per invitarla a casa: «ho un’altra storia per te», «ho un’altra persona da farti conoscere». Alcune di loro la chiamano ancora oggi.

Un’anteprima della guida “Bakota. A portal to Ukraine”

Fra le porte che si sono aperte c’è allora quella di Margarita. Nella sua casa Olena ha trovato una tavola coperta da una tovaglia cerata, icone, una vecchia stufa e due gatti. La donna le ha chiesto di spegnere il telefono e di non fotografare, poi ha ascoltato la sua storia: un periodo difficile cominciato nel 2019, la malattia della nonna, una relazione finita, il sonno che da allora non è tornato e la guerra si è aggiunta a quella fatica. Chi chiede aiuto a Margarita deve attingere l’acqua da un pozzo nel cuore della notte, senza farsi vedere e senza voltarsi indietro sulla via del ritorno, deve dormire con quell’acqua accanto al cuscino e al mattino portargliela cosicché la guaritrice vi versi cera d’api fusa, recitando una invocazione. Come scrive nel capitolo A Silent Path to Weightless Sleep 

«Aspettavo che Margarita esaminasse tutto, mi mostrasse la mia paura, le desse un nome e la rendesse visibile. Come se, una volta che la paura avesse una forma, fosse possibile prenderla e portarla via».

Come un rito di passaggio che permette a «un evento traumatico, che continua a vivere nella mente di qualcuno» e di avere una fine «attraverso una sequenza di gesti condivisa e ripetibile. Come a dire: la strega ha fatto la sua parte, io la mia. È finita, e non mi volto più indietro». Nei villaggi intorno al Dnister, dove non ci sono ambulatori o psicologi, queste figure hanno, infatti, un ruolo sociale ben preciso e, come spiega Olena, « devono essere molto sagge e saper dare consigli perché la gente arriva da loro con problemi di ogni tipo».

Per Olena, documentare tutto questo ha significato misurarsi anche con una trasmissione che rischia di interrompersi. Quasi tutte le guaritrici che ha incontrato hanno tra gli ottanta e i novant’anni, le loro formule si tramandano a memoria e nessuna sa a chi affidare ciò che conosce. Figli e nipoti si sono, infatti, trasferiti in città, e della magia spesso ridono. «In passato avevamo una strega ogni tre case», le hanno detto. «Oggi forse una sola persona anziana per villaggio». Per questo raccontare queste pratiche è importante, perché «le generazioni future sappiano qualcosa delle nostre radici, della nostra cultura, del nostro patrimonio di ucraini». Nella guida, queste storie arrivano con tre racconti in prima persona, attraversati dalle sensazioni dei rituali e dai sogni fatti a Bakota. «Forse c’entra anche Carlos Castaneda, che da giovane leggevo moltissimo», osserva l’artista. Ai testi sono affiancati diciotto dipinti, selezionati da oltre sessanta idee, in cui sono stati rielaborati gli incontri con simboli archetipici per non svelare le persone che ha incontrato. «La loro vita privata va protetta», conclude, infatti Olena, e la loro voce portata  «come una candela nel vento», riparandola quel tanto che basta perché arrivi a qualcun altro.

Finché non impariamo a vederle

Camille arriva a Bakota da un’altra strada. Artista interdisciplinare con base a Nantes, da anni lavora sulla memoria materiale dei territori segnati da estrazione, spostamento e conflitto, e per lei la residenza è stata un’occasione per avvicinarsi alla vita quotidiana di un paese in guerra e a ciò che resta fuori dalla rappresentazione mediatica. «Volevo andare in Ucraina per capire il contesto, tutto ciò che televisione e giornali non mostrano», spiega. «Per me il lavoro comincia sempre dall’incontro con le persone, dal capire come vivono e che cosa attraversano».

Camille Bleu-Valentin

Camille Bleu-Valentin è un’artista interdisciplinare francese che vive e lavora a Nantes. La sua pratica spazia tra scultura, installazione, performance, tecniche di stampa artistica, ceramica, suono e biomateriali. Il suo lavoro esplora le storie coloniali, la memoria della materia e la geopolitica dei conflitti, indagando come l’estrazione, lo sradicamento e la resistenza si inscrivano nella materia e nel territorio. Ha conseguito il DNSEP, diploma nazionale superiore di espressione plastica, presso l’École Supérieure des Beaux-Arts di Nantes e ha esposto a livello internazionale, tra cui in Chini Ya Ardhi (Goma, 2025), EXTRA-HERE (Bamako, 2023), Between Two Unparallel Lines (Taipei, 2022) e Polynésiaphonia presso The Engine Room (Wellington, 2026). È la fondatrice di VISA (Valorisation des Solidarités Internationales Artistiques), un’associazione dedicata a promuovere scambi artistici transfrontalieri nei territori colpiti da conflitti e in quelli con scarso accesso a risorse e opportunità.

 A orientarla è stato il desiderio di capire quali risorse si possono riconoscere nel proprio ambiente quando l’accesso ai medicinali diventa difficile. «Nei paesi in guerra, dove lavoro spesso, procurarsi i farmaci è piuttosto complicato» racconta «Eppure a volte siamo circondati da una farmacia intera, nei nostri giardini, ma non sappiamo quale pianta usare, né perché». Nella campagna di Bakota ha trovato una stratificazione di saperi inattesa: in epoca sovietica la regione era un importante centro di produzione di fiori e piante medicinali, e alcune di quelle coltivazioni sono sopravvissute fino a oggi. Gli abitanti conoscono le erbe coltivate, le comprano e le usano nella vita di tutti i giorni. Le specie spontanee, invece, nessuno le raccoglie dato che non ce n’è bisogno. Camille, come Olena, ha cercato, allora, di scardinare la gerarchia della cura a cui siamo abituati: per due settimane ha raccolto piante ai margini della strada, le ha stropicciate tra le dita, le ha annusate e ha imparato a riconoscerle. Le sue giornate a Bakota scorrevano con un tempo lento, quasi sospeso che le ha lasciato lo spazio per osservare quella che chiama la “vita piccola”: quella degli insetti, dei fiori, delle galline e perfino dei sassi.

«Per me è stata una forma di meditazione», racconta. «Un ritorno, quasi inconsapevole, al legame con l’ambiente da cui gli esseri umani non si sono mai davvero separati, anche quando hanno smesso di accorgersene».

Ne è nato così uno scambio a doppio senso: dagli abitanti Camille ha appreso gli usi delle erbe coltivate; a loro ha restituito ciò che sa delle erbe spontanee. Le specie spontanee che crescono a Bakota, del resto, sono le stesse che si incontrano altrove, compagne silenziose di gran parte dell’emisfero settentrionale. Camouflage, il primo dei due lavori di Camille nella guida, presenta questo lavoro di mappatura: quattro piante spontanee comuni in gran parte d’Europa (trifoglio rosso, piantaggine, Centaurea nigra e achillea) posizionate su cartina per poi cancellare tutto il resto. «Se tieni solo loro, puoi vedere che anche le piante possono disegnare una città», racconta. «Crescono negli interstizi lasciati liberi da asfalto e cemento e restituiscono, in negativo, le tracce dell’abitare umano. Anzi, queste specie prosperano proprio lì perché qualcuno ha coperto il suolo di cemento, e in quell’ambiente trasformato hanno saputo trovare il loro spazio. Accorgersene, però, richiede di spostare lo sguardo». Proprio come Olena, che ha voluto «aprire un po’ il sipario» e suscitare in chi legge la curiosità di sapere se c’è qualcosa di più oltre ciò che vediamo ogni giorno. Sovrapposte, le quattro distribuzioni compongono anche un motivo mimetico, simile a quello che in Ucraina si vede ovunque sulle giacche degli uomini. «È stato il mio modo di raccontare ciò che stavo vivendo, seguendo la natura invece degli esseri umani».

La residenza artistica di Camille Bleu-Valentin

Nel racconto di Camille questo sapere radicato nella terra passa così meno dall’efficacia dei rimedi e più da una dimensione relazionale e di contatto. «Prima di tutto tra le persone, per non essere soli. Poi con le piante e infine con la terra, che significa anche con il nostro territorio, la nostra storia, la nostra identità. Tornare a qualcosa che si può toccare, sentire, vedere, al sole sulla pelle, è fondamentale». Non a caso, il secondo lavoro che Camille porta nella guida, Pharmacy, miele ed erbe raccolte intorno a Bakota in proporzioni sempre diverse – tra cui petali di girasole, fiori di malva, tiglio, menta, foglie di lampone, elicriso, timo, epilobio, echinacea e bacche di aronia – diventano una bioplastica commestibile da osservare, toccare o sciogliere in un bicchiere d’acqua calda.

«Il materiale è la storia», spiega Camille. «E berlo è come incorporare la storia del territorio».

Un sapere situato, legato alle relazioni che lo attraversano, e proprio per questo fragile. Camille prova a prendersene cura chiedendo a chi legge di compiere a sua volta un gesto e di entrare così in una tradizione invece di limitarsi a leggerne.

Un’anteprima della guida “Bakota. A portal to Ukraine”

Nei villaggi intorno a Bakota la cura passa per strade diverse. «Ed è qui, credo, che sta la poesia, racconta Camille, è sempre bene sapere che esiste un’altra soluzione», dice perché «se per qualche ragione una strada smette di funzionare, va bene: ne abbiamo altre».

Bakota: A Portal to Ukraine raccoglie sei itinerari artistici in un’edizione in lingua inglese o ucraina. Al libro si affianca Silence Behind the Frontlines, il podcast di Beatrice Petrella con produzione sonora di Jonathan Zenti, registrato durante la residenza.
Per richiedere una copia, scopri la guida sul sito di Sineglossa.
Se lavori in una libreria, un festival, una biblioteca o uno spazio culturale e vuoi ospitare una presentazione, scrivi a Sineglossa: info@sineglossa.it. 

 

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