Attraverso oltre vent’anni di lavoro con donne e comunità marginalizzate in Uganda, Women of Uganda Network (WOUGNET) ha indagato ciò che resta invisibile quando l’inclusione viene progettata solo in termini di connettività. In questa conversazione, Sandra Aceng, Executive Director dell’organizzazione, racconta cosa significa guardare oltre l’accesso e quali condizioni rendono possibile una reale partecipazione.
L’International Telecommunication Union misura oggi la “connettività significativa”1 attraverso sei dimensioni: disponibilità, qualità, accessibilità economica, dispositivi, competenze e sicurezza. Essere raggiunti da una rete, dunque, rappresenta soltanto il primo passaggio per l’inclusione digitale. Nei Paesi a basso e medio reddito, per esempio, il divario di genere nel possesso di smartphone è inferiore a quello relativo all’uso di Internet mobile: secondo la GSMA2, nel 2025 circa 200 milioni di donne in meno rispetto agli uomini utilizzavano la rete dal telefono.
Women of Uganda Network, più conosciuta come WOUGNET, nata nel maggio del 2000 dall’iniziativa di diverse associazioni femminili ugandesi, si confronta quotidianamente con cosa renda davvero possibile la partecipazione femminile nel digitale. Ne abbiamo parlato con Sandra Aceng, Executive Director di WOUGNET, che ci ha raccontato come nel tempo, questa domanda si sia articolata in tre ambiti principali: l’advocacy per politiche digitali attente alle questioni di genere, il supporto tecnico e la costruzione di reti per lo scambio di informazioni.
Sandra Aceng
Ricercatrice e attivista ugandese per i diritti digitali, oggi Executive Director di Women of Uganda Network – WOUGNET. Il suo lavoro riguarda l’inclusione digitale, la sicurezza online e l’impatto delle politiche tecnologiche sulle donne e sulle comunità maggiormente escluse. Aceng studia in particolare la violenza di genere facilitata dalle tecnologie, che comprende molestie, minacce, campagne diffamatorie, controllo digitale e diffusione non consensuale di contenuti. Si è occupata anche delle conseguenze delle interruzioni di Internet sull’accesso delle donne al lavoro, ai servizi, alle informazioni e alla partecipazione civica. Nel 2021 l’organizzazione regionale DefendDefenders l’ha riconosciuta come Human Rights Defender of the Month per il suo impegno nella difesa dei diritti delle donne e della libertà di espressione online. Attraverso WOUGNET porta questa prospettiva nei dibattiti nazionali e internazionali sulla governance di Internet.
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Quando WOUGNET ha iniziato a lavorare sull’inclusione digitale, quali erano le idee dominanti rispetto all’accesso e alla connettività?
Agli inizi del nostro percorso, il dibattito era in larga misura centrato sull’accesso. L’assunto dominante era semplice: se le persone avessero disposto di un dispositivo, di una connessione Internet e delle infrastrutture necessarie, la partecipazione sarebbe arrivata di conseguenza. Per questo motivo, gran parte degli interventi si concentrava sull’espansione della connettività e sulla riduzione dei costi della tecnologia. Internet veniva spesso considerato uno strumento intrinsecamente emancipatorio, una porta d’accesso all’informazione, alle opportunità economiche e alla partecipazione civica. Connettere le persone significava renderle partecipi.
Quando avete iniziato a rendervi conto che l’accesso da solo non si traduceva necessariamente in partecipazione? C’è stata un’esperienza particolare che lo ha reso evidente?
Ce ne siamo rese conto piuttosto presto, quando abbiamo iniziato a lavorare direttamente con donne e comunità marginalizzate, andando oltre la semplice questione dell’accesso. Un’esperienza che ricordiamo bene nasce dal nostro lavoro di alfabetizzazione digitale nelle comunità rurali e periurbane. Molte delle donne coinvolte avevano da poco acquisito uno smartphone e venivano quindi considerate “connesse”. Eppure, la maggior parte utilizzava il dispositivo soltanto per telefonare o per applicazioni di messaggistica di base.
WOUGNET: le iniziative
Nel 2005 WOUGNET ha aperto ad Apac, nel Nord dell’Uganda, il Kubere Information Centre, uno spazio dedicato alla formazione digitale e all’accesso a dispositivi e informazioni. Nella stessa area, insieme al centro di ricerca netLabs!UG della Makerere University, WOUGNET ha sviluppato una rete rurale a banda larga, creando punti Wi-Fi gratuiti presso scuole, centri sanitari, mercati e organizzazioni locali. Alla connessione affianca corsi di alfabetizzazione digitale e la formazione di persone del territorio incaricate di gestire l’infrastruttura. L’organizzazione promuove inoltre progetti contro la violenza e la disinformazione di genere online. Digital Rights for Girls and Women, realizzato tra il 2024 e il 2025, ha coinvolto donne, ragazze e associazioni locali in percorsi sui diritti digitali e sulla sicurezza in rete. WOUGNET gestisce anche un portale che raccoglie informazioni e servizi di supporto per chi subisce abusi online.
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E qui vorrei sottolineare come l’ostacolo fosse la fiducia nelle proprie capacità: molte donne esitavano a esplorare funzioni sconosciute per paura di commettere errori, subire truffe o esporsi a rischi che non comprendevano pienamente. Abbiamo osservato dinamiche simili anche nei progetti dedicati all’imprenditorialità digitale, dove costruire un’attività online richiedeva competenze che andavano oltre il semplice accesso ai social media.
Una volta ottenuto l’accesso, quali sono gli ostacoli che continuano a influenzare la partecipazione online delle donne?
Il costo resta uno dei fattori più rilevanti. Una donna può possedere uno smartphone ma non potersi permettere un accesso regolare ai dati mobili, limitando così l’uso degli strumenti digitali alle attività essenziali. La partecipazione diventa occasionale. Anche il controllo dei dispositivi è un elemento importante. In molte famiglie i telefoni sono condivisi o, di fatto, controllati da altre persone. Questo incide sulla privacy, sull’autonomia e sulla libertà di esplorare gli spazi digitali.
Un altro fattore spesso trascurato è il tempo. Molte delle donne con cui lavoriamo si dividono tra responsabilità di cura, lavoro domestico e attività generatrici di reddito.
Partecipare in modo significativo agli spazi digitali richiede tempo per imparare, sperimentare e acquisire familiarità con gli strumenti, ma quel tempo spesso manca. E le statistiche sulla connettività raramente tengono conto delle aspettative sociali che influenzano la possibilità di partecipare agli spazi digitali.
Poi c’è la lingua che parimenti rappresenta una barriera importante per sapersi orientare tra le piattaforme, trovare informazioni rilevanti o accedere ai servizi. La connettività o il possesso di dispositivi, insomma, ci dicono se una persona ha accesso a Internet, ma raccontano poco di come quell’accesso venga vissuto concretamente. Ciò che rischia di andare perduto è la differenza tra accesso e partecipazione.
In che modo il vostro lavoro ha cambiato il modo di pensare al rapporto tra tecnologia e sicurezza?
Il nostro lavoro ha trasformato profondamente il modo in cui guardiamo alla tecnologia. Come molte altre organizzazioni, inizialmente eravamo concentrate soprattutto sul suo potenziale di ampliare l’accesso alle informazioni, alle opportunità e alla partecipazione. Con il tempo, però, abbiamo compreso che gli spazi digitali non sono neutrali perché spesso riproducono, e talvolta amplificano, le stesse disuguaglianze che esistono offline.
Lavorando con donne e comunità marginalizzate abbiamo osservato come molestie online, cyberstalking, diffusione non consensuale di immagini e altre forme di violenza mediata dalla tecnologia influenzino concretamente l’esperienza delle persone negli spazi digitali.
Questi fenomeni non colpiscono tutti allo stesso modo e possono avere un impatto diretto sulla partecipazione: molte donne reagiscono ritirandosi da alcuni spazi online, limitando la propria visibilità o autocensurandosi.
In queste situazioni, essere connesse non significa necessariamente poter partecipare liberamente. Per questo il nostro approccio si è evoluto: oggi ci occupiamo anche di sicurezza online, consapevolezza dei diritti e advocacy per una maggiore tutela delle persone. Consideriamo la sicurezza una condizione fondamentale dell’inclusione digitale perché senza di essa, la partecipazione resta limitata, diseguale e, in alcuni casi, persino dannosa.
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In che modo le donne affrontano questi rischi e cosa ci dice questo sulle dinamiche di potere che attraversano gli spazi digitali?
A volte si tratta di pratiche quotidiane: scegliere con attenzione chi contattare, limitare ciò che condividono o affidarsi a reti di fiducia per verificare le informazioni ed evitare truffe. In molti casi, la conoscenza circola collettivamente. Le donne imparano dalle esperienze reciproche, si scambiano avvertimenti e condividono strategie per proteggersi. Abbiamo osservato anche come molte donne ridefiniscano il proprio modo di partecipare quando gli spazi digitali diventano ostili. Alcune si spostano verso ambienti più piccoli e controllati, come gruppi di messaggistica chiusi, dove fiducia e responsabilità reciproca sono più facili da costruire. Altre continuano a utilizzare le piattaforme digitali per fare advocacy, creare comunità e offrire sostegno reciproco, nonostante i rischi che devono affrontare.
Ci sono aspetti della partecipazione digitale che i framework internazionali faticano ancora a cogliere?
Ciò che molti framework faticano a cogliere è la complessità stessa della partecipazione: il modo in cui le persone si rapportano alla tecnologia non è lineare, cambia nel tempo ed è influenzato dalla sicurezza, dai costi, dalla fiducia e dalla rilevanza degli strumenti disponibili. Le comunità ci hanno insegnato che ciò che conta come partecipazione non può essere definito a priori.
Molti progetti nascono con obiettivi prestabiliti, come promuovere l’imprenditorialità, favorire la partecipazione civica o aumentare l’attività online. Nella realtà, però, le priorità delle persone sono spesso diverse. Possono essere più interessate a mantenere i contatti con la propria famiglia, accedere a servizi essenziali o risolvere problemi pratici della vita quotidiana. Non a caso, abbiamo visto comunità mettere in discussione soluzioni che non tenevano conto del loro contesto: in aree caratterizzate da un accesso limitato a dispositivi o connessioni dati, le persone hanno sviluppato modalità alternative di utilizzo, sperimentando strumenti condivisi, soluzioni offline o sistemi ibridi che combinano approcci digitali e non digitali.
In definitiva, le comunità ci hanno insegnato che l’inclusione digitale deve partire dal basso ed essere capace di adattarsi ai contesti, radicata nelle esperienze delle persone.
Per questo ci siamo progressivamente allontanate da definizioni rigide di inclusione: piuttosto che misurare il successo attraverso un unico modello di partecipazione, abbiamo imparato a chiederci se gli strumenti digitali siano davvero utili, sicuri e significativi per chi li utilizza.

Dopo anni di lavoro su questi temi, cosa significa oggi per voi una partecipazione che genera davvero valore?
Significa possedere le competenze necessarie per orientarsi negli spazi digitali, avere la libertà di decidere come utilizzare la tecnologia e poter partecipare senza il timore di molestie, sorveglianza o esclusione. Conta anche la rilevanza degli strumenti: le persone partecipano più facilmente quando le tecnologie rispecchiano le loro lingue, le loro priorità e la loro esperienza quotidiana.
Soprattutto, una partecipazione che genera valore si misura dalla possibilità di utilizzare la tecnologia per perseguire obiettivi che contano davvero e permettono alle persone di avere un ruolo nel definirli. I sistemi digitali più equi sono, infatti, quelli che tengono conto della realtà delle persone. Devono essere economicamente sostenibili nel tempo, funzionare anche in contesti in cui i dispositivi sono condivisi, la connessione è intermittente e i livelli di competenza digitale sono molto diversi. Devono supportare lingue differenti, diversi livelli di alfabetizzazione e differenti modalità di utilizzo della tecnologia.
Nessuno, inoltre, dovrebbe essere costretto a scegliere tra partecipare online e proteggersi da molestie, sorveglianza o truffe. Sicurezza, privacy e controllo sui propri dati dovrebbero essere elementi integrati nei sistemi digitali fin dalla progettazione.
In fin dei conti, il cambiamento più importante riguarda chi ha il potere di modellare questi sistemi. Troppo spesso alle comunità viene chiesto di adattarsi a tecnologie progettate altrove. Noi crediamo che sia altrettanto importante il contrario: le tecnologie dovrebbero essere progettate a partire dalle esperienze, dalle priorità e dalle conoscenze delle persone che le utilizzano.
- Scopri il Global Connectivity Report 2025: https://www.itu.int/itu-d/reports/statistics/global-connectivity-report-2025/ ↩︎
- Per approfondire: Gsma. (2026). Gender Gap 2026. In GSMA. https://www.gsma.com/gender-gap/ ↩︎